C’è un momento, quando trasformi una passione in un lavoro, in cui ti rendi conto che il lavoro che hai costruito non assomiglia più alla vita che volevi.
E forse è proprio questo uno dei passaggi più difficili per chi apre una scuola di pole dance, acrobatica aerea o un’altra piccola attività sportiva.
Perché all’inizio c’è una passione enorme (per l’insegnamento e per la disciplina).
Poi, lentamente, arrivano i conti, il marketing, le iscrizioni, le fatture, i collaboratori, le decisioni, le responsabilità.
E quello che era nato perché amavi insegnare diventa un lavoro completamente diverso. Io questa trasformazione l’ho vissuta sulla mia pelle.
La domanda che mi sono fatta quando ho smesso di fare pole dance
Nel 2023 ho deciso di smettere di fare pole dance.Avevo da poco compiuto 40 anni, mi stavo trasfernedo in Liguria e, improvvisamente, mi sono trovata davanti a una domanda che non avevo mai considerato: Chi sono senza la pole dance?
La mia vita era stata costruita intorno a quella disciplina. Ero insegnante, organizzatrice di eventi. Avevo creato corsi online, fatto tour in Italia e organizzo OriginAria il più grande festival di arti aeree e pole dance in Italia.
Smettere non è stato semplicemente smettere di allenarmi. È stato perdere, almeno per un po’, una parte importante della mia identità. Per quasi un anno non ho saputo bene dove andare. Sapevo soltanto che volevo rimanere in questo mondo.
Perché c’era una cosa che continuavo ad amare: vedere la luce negli occhi delle persone quando scoprono cosa possono fare attraverso la pole dance.Quella luce era stata la mia luce. E, dopo averla persa, continuare a vederla negli altri mi commuoveva quasi.
Una cosa incredibile però è successa. Proprio nel momento di più profonda crisi, e senza sapere cosa avrei fatto, ho deciso di iscrivermi alla laurea magistrale in Business e Management dello Sport.
Quando una paura cancella quello che hai fatto
C’è anche un’altra parte di questa storia che per me è stata importante.Intorno ai 40 anni ho iniziato ad avere una paura fortissima di salire sul palo. Paura di farmi male. Paura di tutto.E quella paura aveva finito per cancellare, nella mia testa, quello che ero stata capace di fare.
Poi quest’estate ho preso il cellulare e sono andata indietro nel tempo su Instagram. Ho riguardato fotografie e video. E ho pensato: “Cacchio. Ma io facevo quello?” “Io riuscivo a fare quelle cose?” “Beh dai, ma mica ero così tanto male”. È stato strano guardare quelle immagini come se non fossi io.
Ma proprio questo mi ha permesso di guardare la mia storia da fuori. E quando ho iniziato a guardarla da fuori, ho iniziato a vedere anche il nostro settore in modo diverso.
Il problema non è la passione. È tutto quello che viene dopo.
Ho iniziato a lavorare come insegnante nel 2013. Poi sono arrivati il primo corso online, gli eventi, i tour, OriginAria e tutte le altre attività che ho costruito negli anni.
E ho imparato una cosa: trasformare una passione in un lavoro può essere una delle cose più stronze che esistano.
Perché parti con un cuore enorme. Hai una passione fortissima per l’insegnamento e per la trasformazione che le nostre discipline possono portare alle persone.
Poi, però, ti ritrovi con:
- conti da far quadrare;
- persone da convincere e da seguire;
- fatture da registrare;
- marketing da fare;
- collaboratori da gestire;
- decisioni da prendere continuamente.
E a un certo punto ti rendi conto che è un altro lavoro. E ci si sente completamente soli.
Ho vissuto anche periodi in cui lavoravo ancora in ufficio come consulente e project manager, avevo due scuole in cui insegnavo e frequentavo anche l’Accademia Kataklò. A fine settimana non mi ricordavo quasi come mi chiamavo. Eppure continuavo. Perché sentivo che dovevo esserci.
La domanda che dovremmo farci prima di aprire una scuola
A un certo punto io stessa sono stata vicinissima ad aprire una scuola. Non una volta. Tre volte. Una volta con un socio, una volta da sola e un’altra volta con un’altra potenziale socia. Avevo fatto i budget. Avevo guardato i posti. Sapevo quali corsi volevo fare. Avevo analizzato tutto.
Ma alla fine mi sono fermata e mi sono chiesta:
È questo quello che voglio? E la risposta è stata no.
Non perché aprire una scuola fosse una scelta sbagliata. Semplicemente non era la vita che volevo io. Io ho sempre voluto poter girare, viaggiare, essere in movimento e poter lavorare da luoghi diversi. Per me una palestra sarebbe stata una gabbia.
Ma potrebbe non esserlo per te. Magari tu ami avere il tuo spazio. Ami il lavoro ricorrente. Ami essere fisicamente nella tua scuola ogni giorno. E va benissimo. Il problema nasce quando costruiamo un’attività senza chiederci che tipo di vita vogliamo.
Da insegnante a titolare: non è la stessa cosa
È proprio osservando questo passaggio che ho capito quale poteva essere il mio ruolo.
Se volevo continuare a contribuire alla crescita della pole dance e dell’acrobatica aerea, non dovevo necessariamente tornare a insegnare.
Potevo aiutare le persone che stavano facendo quello che avevo fatto io. Le insegnanti appassionate che stavano trasformando la propria vita da insegnante a leader e poi a imprenditrici. Perché sono ruoli diversi. E richiedono capacità diverse.
Così ho iniziato a lavorare come business mentor con le titolari di scuola. Non per dire loro cosa devono fare. E nemmeno perché esista un unico modello di scuola giusto. Il mio lavoro è aiutarle a guardare la propria attività da fuori. Capire quali sono i colli di bottiglia. Capire cosa non funziona. Capire dove vogliono andare. E soprattutto capire quali scelte sono coerenti con la vita che vogliono costruire. Perché una titolare può arrivare e dirmi: “Voglio più clienti.” Un’altra: “Voglio aprire una nuova sala.” Un’altra ancora: “Voglio riuscire a delegare.” Qualcuna può dirmi: “Non so più da che parte girarmi.” E qualcun’altra: “Io investo tanti soldi per gli altri e mai per me stessa. Questo è il momento di dedicarmi a me.” Non hanno bisogno della stessa soluzione.
La scuola deve funzionare, ma tu devi poter stare bene Una delle cose che mi ha colpito maggiormente nel lavoro con le titolari è quanto spesso il problema non sia semplicemente “avere più clienti”. Una titolare è arrivata da me dicendomi:
“È tutto bello, ma io sono chiusa qui dentro. Io non ho una vita.” E questo, per me, è un problema di business tanto quanto avere pochi clienti. Perché un’attività può anche funzionare sulla carta. Può avere clienti. Può fatturare. Può crescere. Ma se per farla funzionare devi consumare completamente te stessa, forse c’è qualcosa da ripensare. Insieme ci siamo riprese in mano quella vita. E da quel momento lei è riuscita a guardare la propria attività da fuori e a fare le azioni necessarie per farla prosperare. Ma soprattutto per stare bene lei.
La domanda che ti lascio
Io oggi non credo che l’obiettivo debba essere semplicemente costruire una scuola che funziona.
Credo che prima dovremmo chiederci: che vita voglio che questa attività mi permetta di vivere?
Perché non esiste un unico modo corretto di costruire una scuola. Non tutte vogliono crescere allo stesso modo. Non tutte vogliono avere più clienti. Non tutte vogliono aprire una seconda sala. Non tutte vogliono delegare tutto. E non tutte vogliono stare nella propria palestra sette giorni su sette. Il punto non è costruire il business “perfetto”.
Il punto è costruire un’attività coerente con la persona che sei e con la vita che vuoi vivere.
Per me, alla fine, è proprio questa la missione. Essere quella spalla che ti accompagna nella trasformazione. E aiutarti a creare un’attività che sostenga la tua vita invece di consumarla.
PER RICEVERE MATERIALE UTILE PER TE CHE INSEGNI E HAI UNA SCUOLA O VUOI APRIRLE, HO CREATO UNA NEWSLETTER PER TE CHE HAI POCO TEMPO PER FORMARTI SU MARKETING, COMUNICAZIONE, VENDITA, CUSTOMER CARE. SI CHIAMA COFFEE BREAK E NEL TEMPO DI UN CAFFé, OGNI SETTIMANA TI PORTA NUOVE CONOSCENZE, CHE PUOI APPLICARE SUBITO.

